Giammarco Puntelli – Città di vetro: per perdere la propria identità nel gomitolo di strade e di linguaggi

Solo Carmine Ciccarini, maestro colto, artista figlio di letture, letterature, viaggi ed osservazioni, avrebbe potuto entrare nelle città di vetro, pronto a perdersi nell’inconsistenza del linguaggio per ritrovarsi nelle determinazioni di una pittura ben precisa, con una forte identità.

Lui solo. Solo lui avrebbe potuto dipanare un gomitolo tanto intricato nel quale plot e personaggi si cercano, si confondono, in un teatro che appare vietato al racconto della verità e nel quale l’equivoco, l’ambiguità e la solitudine diventano gli unici colori possibili di una vita che una letteratura postmoderna ha trasformato in un puro esercizio da mentalista, forte di una sua precisa identità pittorica.

Dalla città delle anime alle città di vetro, il passo è breve solo per un gigante, perché l’abisso è pronto, la follia anche. Carmine Ciccarini è l’artista, italiano di nascita, figlio del mondo per matrice artistica, che segue e insegue, nelle sue opere, le architetture, le trame e il senso stesso delle città, da teatri a voci narranti, da esercizio pittorico a espressione artistica, consapevole autore di una cultura che va dagli Impressionisti a Hopper, dalla Pop Art alla Transavanguardia.

Vediamone le recenti opere sulla tecnica e la visione prima di passare a sottolinearne il contenuto. Il paesaggio urbano presenta un’armonia, con il cielo, quasi ritrovata, dove le contaminazioni di colore rendono le strutture e le architetture il luogo della ricerca, nella quale si svolgono fatti e storie, un insieme di strade che trovano e ritrovano senso e movimento. Sono impressionanti alcune immagini pittoriche nelle quali la capacità artistica del racconto, l’impulso teatrale dell’agorà lascia spazio alla visione di un’umanità fatta di piccole vicende che si intrecciano, confondono, dando vita ad un insieme di colori e di armonie nella quale filosofia e poesia perdono i confini conferendo una non attesa liricità all’insieme caotico ed equilibrato del contesto.

L’uso dei gialli e dei rossi acquisiscono un valore nuovo, quasi di voce fuori campo, che comprende il periodo storico ed etico nel quale il tutto prende vita.

In questi dipinti comprendiamo lo studio di Ciccarini sulle pitture dei secoli passati. Questa capacità di incontrare ed abbracciare l’ombra che rivela la luce e gli umori non sarebbe stata possibile senza lo studio di Caravaggio, Rembrandt, Vermeer. Quel cielo fatto di angeli e demoni che sovrasta e osserva lo spettacolo quotidiano, caotico e ordinato, non avrebbe avuto tutta questa luce e contrasto se Turner non avesse dato senso alla ricerca sui colori.

E’ impressionante quanto Ciccarini sia riuscito ad assorbire e a personalizzare l’antica lezione creando qualcosa di completamente nuovo ed originale nella pittura. Lontano dal realismo di Hopper e da certi colori brillanti, Ciccarini appare comunque portare a termine la rivoluzione iniziata da Hopper stesso in quanto le sue visioni urbane, pur risentendo di una capacità pittorica e un’attenzione dell’insieme fuori dal comune, rappresentano non quello che vede ma quello che sente. Ecco che la rivoluzione portata da Hopper riscuote un contributo originale ed efficace come quello di Carmine Ciccarini.

Nelle sue opere riconosciamo una certa dimensione metafisica, quella filosofia pronta a mitigarsi, nel suo rigore, con l’uso di alcuni colori, in quella poesia che rende la city qualcosa di assoluto nell’indagine nella storia e nelle psicologie.

Nella sua opera ritroviamo il senso del silenzio. Chi ha conosciuto a fondo la poesia e lo studio di Monet comprende i silenzi e i colori di Ciccarini, a tratti la rappresentazione di quell’umanità la cui comunicazione appare difficile, quasi inesistente e indifferente, una sensazione difficile da trasmettere.

42nd street - olio su tela - 50x100 - 2016
42nd street – olio su tela – 50×100 – 2016

E se Toulouse-Lautrec metteva in scena la società parigina di quell’epoca, con sottolineature di colore, segno evidente, approccio da narratore, Ciccarini racconta, silente, facendo comprende tutto con una visione pittorica d’insieme che pochi anno e con opere che non accettano i perimetri della tela andando oltre.

Un ciclo davvero complicato possibile solo a chi ha viaggiato molto, ripeto, fra i libri e nei luoghi. Un ciclo impossibile da realizzare senza aver annusato l’aria di New York, aver visto i grigi di Berlino, aver imparato il disegno con il colore tipico degli Impressionisti, essersi perso nelle piazze italiane, nell’alba spagnola e nel tramonto inglese. Non si possono comprendere le sue figure e il senso della conoscenza del contesto se non si sono sfogliate pagine di Platone, la follia di alcuni colori senza la poesia di Rimbaud o la ricerca di Kavafis, l’attesa del proprio spirito in unione con il tutto senza Hesse.

Ecco perché abbiamo apprezzato e salutato con entusiasmo il titolo del ciclo che recupera la trilogia di New York di Paul Auster con il romanzo “Città di vetro”.

Nello scritto, una detective-stories, emerge il senso di una New York surreale nella quale l’identità perde il proprio confine, come il linguaggio e gli schemi linguistici che, in generale, risultano inefficaci per comunicare l’essenza delle cose. Il mistero urbano prende vita con intrecci inaspettati con collegamenti anche al Don Chisciotte di Cervantes. Ecco spiegati colori e visioni, silenzi e narrazioni, mancanza di comunicazione e immediato sentire, filosofia e poesia che si incontrano nella ricerca surreale di una verità provvisoria, pause e rapidi sviluppi nel ritmo pittorico di questo ciclo di Carmine Ciccarini.

Ecco New York (e altre città) come si presenta, in fuga, veloce eppure stabile, mai uguale a un proprio ritratto, nella quale la poesia diventa capacità di conoscenza e la filosofia si trasforma nell’etica di una metafisica immobile, con un baricentro disposto a cambiare sotto un cielo lirico e ironico, che sa raccontare senza parole e rimanere in silenzio rappresentando visioni, passione, abilità perdute.

Un cielo che commuove e che narra, come quelle vetrate opache dipinte da Ciccarini, dietro le quali abbiamo una visione più libera, senza identità, nella quale lo spirito si confronta con il tutto. Un cielo, una New York, un racconto, una riflessione, una filosofia, città che si incrociano, uno scrittore, un pittore, semplicemente l’arte assolutamente internazionale di Carmine Ciccarini.

Giammarco Puntelli – critico e curatore

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