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Carmine Ciccarini: «Con la pittura svelo la solitudine del nostro tempo»

La pittura visionaria di Carmine Ciccarini, cantore del contemporaneo

da Ansa Umbria – Press Relase (approfondimento Corriere dell’Economia on line) del 5 dicembre 2017

Non tutti sanno che l’affermato medico è anche un raffinato artista. Dopo aver partecipato a numerose mostre (tra cui la Biennale di Venezia, il Chiostro del Bramante e la Biblioteca Angelica a Roma) e ricevuto nel 2016 il premio alla carriera a “Spoleto Art Festival”, si prepara a nuove esposizioni; «L’alienazione delle megalopoli vive nei miei dipinti»

Da Parigi a New York, da Francoforte a Firenze. E poi ancora Londra, Milano, Palermo, Bologna, solo per citare alcune città che hanno ospitato personali di Carmine Ciccarini. La sua carriera artistica è iniziata nel 2002, grazie ad una passione profonda ed un talento purissimo. Figlio di un restauratore, Ciccarini si interessa precocemente all’arte sotto la guida di uno zio artista. Quindi, vivendo immerso in un ambiente culturalmente elevato, coglie l’opportunità di frequentare Annigoni, De Chirico, Basquiat, Fernanda Pivano e alcuni scrittori e poeti del calibro di Elemir Zolla e Ceronetti; questi contribuiscono alla formazione della sua visione artistica, tra letteratura, poesia e pittura.

«La mia pittura è assolutamente personale tra modernità e richiamo allo stile classico

– spiega l’artista – ed è così che descrivo megalopoli e città, carpendone il cuore e il movimento e rappresento l’uomo, che della metropoli è parte, con il suo fardello di solitudine e alienazione». L’opera di Ciccarini narra insomma la vita umana nella sua interezza; come un ciclo perenne e in fulmineo movimento. Colpisce l’uso dei colori, che diventa il perno avvincente e narrativo, fondamentale per comprenderne il tutto. Un artista eclettico con la facoltà di raccontare il vero dal nostro tempo. La capacità di osservare e di cogliere le sfumature delle metropoli sono doti che gli sono universalmente conosciute. Non è un caso che il volume fotografico “Carmine Ciccarini – La Città delle Anime” (edito da Skira nel 2014, curato da L.Caprile e distribuito da Feltrinelli) ha avuto uno straordinario successo di vendite.

Carmine Ciccarini riscuote  notevoli consensi anche nella critica specializzata; in molti hanno accostato il suo nome a quello di Edward Hopper, il celebre pittore statunitense passato alla storia per i ritratti della solitudine nella vita americana contemporanea. Eppure nella vasta produzione di Ciccarini non troviamo quel carico di angoscia e disperazione,  come scrive Cristina Acidini. «I quadri di Ciccarini fanno rivivere le sensazioni fugaci che ci restano d’una metropoli, nella memoria degli occhi e dei cuore».

O ancora, nelle parole di Maria Paola Lupo. «Quelle di Carmine Ciccarini sono megalopoli contemporanee che si mostrano in tutto il loro lirico realismo, attraendo lo sguardo con mille luci». Un pittore visionario, un artista totale, eppure una persona dotata di una straordinaria umiltà.

Dettagli e città abbozzate

L’universo nei dettagli: dai volti ad ai particolari abbozzati della matropoli

G. Lesser

L’artista è naturalmente portato ad enfatizzare i dettagli.

Nella sua personale interpretazione della realtà  rappresenta scorci visionari, città abbozzate, dettagli dei personaggi che la abitano, come frammenti di vita imprigionati in un fotogramma.

L’evoluzione dello stile non abbandona la metropoli, l’approfondisce forse ancora di più; la rappresenta con un taglio astratto e maggiormente intimista nelle sue dissolvenze cromatiche. Il taglio prospettico di tipo “cinematografico”,  sempre caro al Maestro Ciccarini, non viene disconosciuto, ma si trasferisce agli abitanti della metropoli, ai dettagli delle “realtà inanimate” che circondano le persone.

 

“Abbozzo di città” – olio su cartoncino – 32×45 – schizzo di prova

I colori e le luci aiutano a sottolineare la forza espressiva; ritorna l’uso dei gialli e dei toni caldi caratteristici dello stile dell’artista.

Le foto che seguono si riferiscono ad un’opera attualmente work in progress, ma ben rappresentano la cura per il dettaglio di cui si parlava. Certamente è caratteristico l’uso dei colori caldi che rendono l’atmosfera particolarmente suggestiva. La forte attrazione per la pittura americana degli anni ’30/’40, l’amore per la cinematografia e tutti gli influssi che gli sono derivati dai racconti epici della grande traduttrice e scrittrice Fernanda Pivano; costei, nei suoi racconti è riuscita ad ottenere un autentico transfert delle sensazioni a suo tempo ricevute dalle frequentazioni degli artisti della beat generation e dal continuo stimolo a far conoscere all’artista la letteratura americana da Carver ad Auster e Mc Inerny.

Tutto questo unito alla vita delle metropoli che Ciccarini conosce per frequentazione diretta, hanno partorito una corrente artistica assolutamente nuova.

particolare di “Central Caffè” – olio su tela – 50×50

 

particolare di “Central Caffè” – olio su tela – 50×50

Cristina Acidini – Un altrove Ipermetropolitano

Cristina Acidini – famosa storica dell’arte – recensisce l’opera di Carmine Ciccarini, artista “ipermetropolitano”

Carmine Ciccarini, per chi come me ne vede l’opera senza conoscerne la genesi, sembra preso da una insistente nostalgia dell’altrove; di quell’altrove perfettamente alternativo rispetto agli spazi umani (ipermetropolitano appunto) e misurati delle antiche cittadine dell’italia centrale a lui familiari, che si identifica nei soggetti urbani ricorrenti sulle sue tele. La sua città americana, statunitense, spesso New York  è onnipresente in continue variazioni di tagli e di luci; tanto da esserci anche quando non c’è, o non si vede: perché a lei certamente, sirena irresistibile per il pittore, conduce il prospettico andare verso l’orizzonte suggerito da carrozzabili lunghe e nette in lande deserte.

Metropolis - olio su tela - 140x100 - 2013
Metropolis – olio su tela – 140×100 – 2013

Evocazioni scatolari, irte di spigoli affilati e baluginanti di luci artificiali, i centri di Ciccarini si lasciano tuttavia intridere da piogge occasionali, che addensano il grigio del cielo sopra i grattacieli. Lustrano le automobili; trasformano in fanghiglia quel poco di terra e di polvere che si annida sotto i marciapiedi anche dell’abitato più terso e lindo. Alcuni dei quadri di Ciccarini fanno rivivere le sensazioni fugaci che ci restano d’una metropoli, nella memoria degli occhi e dei cuore. Come quando si getta un’occhiata dalla finestra dell’albergo, verso il ventesimo piano, e la veduta serotina prende un piglio geometrico di quinte scure e sprazzi di bagliore, tra l’ammiccare misterioso e commovente di finestre illuminate, spie di riti domestici inconoscibili eppure confortanti che appartengono a innumerevoli vite altrui. Tocca talvolta al fiume, lama piatta e crepuscolare, spezzare la continuità ossessiva dei costruito coi suo riflesso di cielo.

E ci si distoglie da quella visione con breve vertigine, non per l’altezza ma per l’immensa e ingovernabile complessità dell’esterno, ripiegando nella camera magari impersonale e tuttavia rassicurante, chiusa scialuppa per singoli o coppie nel naufragio urbano.

A new day - olio sutela - 100x140 - 2012
A new day – olio su tela – 100×140 – 2012

E come quando si cammina per un’avenue, sul piano stradale cupo e a tratti fumigante come in un inferno vittoriano, sprofondati in un canyon di grattacieli che non esclude il cielo, cui si è grati per esser là a trascolorare in un tramonto che dabbasso è precoce, e per restare più alto e più libero dell’antenna più erta di qualsiasi cuspide. Materiali refrattari alla poesia- lamiera e bitume, vetro e cemento   trovano in Ciccarini un indagatore che ne comprende e ne riprende la sostanziale fragilità, vulnerabili come sono alla sottile malinconia dei cieli tagliuzzati dalla skyline nei pomeriggi umidi o nei tramonti affocati. Con le sue stesure decise, i profili di luce zigzaganti rapidi come folgori, gli addensamenti grumosi di tinte, il pittore ci trasporta in una dimensione ipermetropolitana, scenario dei nostri verosimili sogni incubi di turisti affascinati e di cittadini guardinghi.

Cristina Acidini – storica dell’arte e scrittrice – Ex Sovrintendente per il patrimonio artistico ed etnoantropologico del Polo Museale Città di Firenze

Firenze, marzo 2013

Luciano Caprile – Carmine Ciccarini. La città delle anime

la città che sale si trasforma e trasforma anche la gente che la vive”

Il tema era già stato affrontato dai futuristi; la città che sale si trasforma e trasforma anche la gente che la vive.

Parliamo della metropoli, non della periferia disadorna declinata in seguito da M. Sironi nell’anonimato della gente immersa in una solitudine di forme. Parliamo di quella metropoli costantemente annegata in un’altra alienante solitudine che permea le immagini (ora fluttuanti, ora distillate in una insidiosa quiescenza) di Carmine Ciccarini. E che per primo G. Richter ha sondato con una attualità d’intenti che coinvolgerà tutti coloro che si sono avventurati in seguito lungo il medesimo percorso creativo. Richter è partito da una fotografia da dilatare e quindi da annullare in una candida, lattiginosa pellicola da cui far riemergere lo stesso scorcio filtrato dal suo sentimento, dalla sua indagine percettiva.

La New York di Ciccarini si nutre della stessa spinta ideale costituita da pulsioni emozionali;

anch’egli parte da un clic che funge da semplice pretesto per costruirvi sopra una storia che proviene dall’inconscio; dalla suggestione del momento che quel fotogramma riesce a far sorgere. Il gesto pittorico del nostro autore si sovrappone quindi alla realtà di partenza; la sostituisce con un’altra realtà parallela che racconta una storia più intima, più essenziale, più coinvolgente, da guardare con gli occhi e con il cuore. Due motivi di convergenza in continuo movimento perché i suoi dipinti sfuggono alla messa a fuoco; ovvero si rifiutano di venir consegnati alla pura e semplice contemplazione estatica. La città interpretata dall’artista umbro smarrisce la propria identità, verificabile nella corrispettiva cartolina di partenza, man mano che acquisisce la verità del gesto che la trasforma in un modo di essere e di guardarsi che non solo chiama in causa chi interpreta tale mutamento con chirurgica determinazione, ma coinvolge anche tutti coloro che si accosteranno (con gli occhi e con il sentimento) a un simile spettacolo.

Il movimento dichiara quel desiderio di ubiquità

(ovvero quell’ambizione di essere contemporaneamente qui e altrove, un altrove qualunque); che attanaglia e condiziona il nostro tempo computerizzato. Anche la città pare trasferire e far viaggiare parti di se stessa con chi la interpreta; le strade scivolano nella pennellata e scivolano di conseguenza i palazzi, promuovendo un curioso effetto di trascinamento.

Lo si può notare per esempio in “A new day”, – un olio su tela deI 2012 – che propone un nastro d’asfalto in fuga verso l’orizzonte che coinvolge i veicoli in un percorso di ombre e di luci rarefatte con il concorso fantasmatico dell’edificio in primo piano, dove emerge una teoria di finestroni in ritmica dissolvenza.

E la gente? Altri fantasmi, fantasmi di fantasmi.

A new day - olio su tela - 100x150 - 2012
A new day – olio su tela – 100×150 – 2012

Questa città delle anime in continua apparizione e sparizione, al pari delle cose, sembra volersi ricostruire e forse riconoscere sempre in un altro luogo. In “Flying on the river”, dello stesso anno, la doppia fascia motoria ha consumato ogni immagine nel generalizzato deserto della rappresentazione e l’ha fatta rinascere o l’ha trasportata in alto, nell’accumulo di case sull’estremo confine dello sguardo.

Ciccarini, culturalmente arricchito da una frequentazione letteraria (e magari anche cinematografica) d’oltreoceano che ha promosso Io spirito del viaggio e della frontiera; da Steinbeck a Faulkner fino ai cantori deII’easy rider; affronta quindi l’argomento sotto svariate angolazioni, ma con intatto pathos partecipativo.

Così “Flying”, dell’anno precedente; inserisce una promessa d’infinito nel fluido scorrimento che accoglie le automobili e i presunti occupanti per introdurli nel radiante deserto dei percorsi del colore tracciati con la determinazione del destino.

L’osservatore viene condotto nel territorio inconsueto di una percezione quasi tattile; essa coinvolge la materia pittorica, depositata a tratti in un limbo informale che annulla ogni logica prospettiva e pertanto ogni tentazione descrittiva. L’immensità dello spazio circostante ingoia il tempo delle promesse e semina briciole di trascurabili citazioni. Mark Twain scriveva in Pudd’nhead Wilson, un suo romanzo del 1894; 

“È stato meraviglioso scoprire l’America, ma sarebbe stato ancor più meraviglioso non trovarla”.

Flying on the river - olio su tela - 100x150 - 2012
Flying on the river – olio su tela – 100×150 – 2012

Se verso la fine dell’Ottocento questa frase assumeva un significato da legarsi in particolare alle discriminazioni sociali; oggi il pronunciamento della stessa frase riguarderebbe un’idea più ampia dell’America; potrebbe riferirsi all’America dei consumi delle cose, delle idee e delle immagini; ovvero a quell’America che aveva promosso la Pop Art e che aveva acceso l’estro di A.Warhol al cospetto delle notti di Las Vegas inondate dalle multicolori pubblicità al neon. Si tratta di quel concetto di America accolto dalla nostra epoca; con la tempestività consentita dai moderni mezzi di comunicazione che tendono a uniformare, quasi nel medesimo istante, gli eventi di ogni angolo del mondo. Sotto tale aspetto l’intervento narrativo di Carmine Ciccarini assume un valore molto più ampio; sposta ogni citazione o descrizione dove ciascuno intende collocarla; per cultura o per intuizione o per desiderio di fuga da se stesso, al di là di ogni contingente evidenza.[…]

E la gente?

Sembra non esserci e quando c’è interpreta il ruolo dell’eccezione, del fantasma, di un’ombra in veloce transito percettivo.

La gente è diventata l’anima forse superflua degli oggetti o delle situazioni che ha generato a proprie spese.

Viene cancellata o vanificata dalla stessa frenesia posta in atto per compiacere l’autolesionistica fuga verso la dissolvenza. Il tutto sembra rivolto a quell’obiettivo. Se in Edward Hopper era l’opprimente e ricercata staticità delle scene e degli interpreti a conquistare la ribalta di una generalizzata e angosciante solitudine; in Ciccarini è l’idea del movimento a permeare ogni gesto. E anche quando il paesaggio sembra concedersi una pausa o una sosta (come per un fermo di immagine), è lampante che si tratta di un’illusione svelata dall’assenza di una messa a fuoco dei particolari. Ritorna quindi l’approccio già attuato dal citato Gerhard Richter con l’annegamento delle sue scene in un limbo di liquidità e che Ciccarini traduce in lievi tocchi di colore disseminati su una formicolante distesa di case, come avviene in “Brooklyn rebuilding” del 2013. Man mano che ci si distacca dal proscenio cresce l’impasto delle tonalità per toccare verso il fondo l’acme dell’indistinto, della quiescenza, dell’abbandono, Il movimento si trasforma in una impalpabilità parimenti insondabile.

Brooklyn rebuilding - olio su tela - 50x40 - 2013
Brooklyn rebuilding – olio su tela – 50×40 – 2013

Si diceva della gente che raramente appare, perché sembra non troppo funzionale alla rappresentazione di questo mondo.

The station - olio su tela - 50x40 - 2014
The station – olio su tela – 50×40 – 2014

La presenza delle persone assume il marchio dell’occasionalità ed è quasi sempre in funzione del “paesaggio” che l’accoglie.

Così il personaggio in primo piano di “Rain man” del 2013 va interpretato come una macchia bianca che va a colloquiare con la similare impronta dell’autobus il cui lunotto affumicato lancia un’eco al nero trasversale dell’ombrello. Parimenti l’individuo che attraversa i binari in “The station” (2014) viene attratto cromaticamente e formalmente dall’armoniosa costruzione dell’insieme. Singolare è l’utilizzo delle ombre in “Man and dogs” (2103), a creare uno scivolamento verso il basso delle figure per l’effetto di una visione perpendicolare dell’insieme. Macchie, ancora macchie, sempre macchie, come una macchia è l’ombrello rosso in “Man with red umbrella” che focalizza al pari di un bersaglio l’attraversamento sulle strisce pedonali (in geometrico accordo complementare con il resto del quadro) di un ulteriore fantasma. […]

“Il ritorno delle anime”

Man with red umbrella - olio su iuta - 120x80 - 2013
Man with red umbrella – olio su iuta – 120×80 – 2013

C’è un quadro emblematico del 2012 che chiama direttamente in causa la gente e il destino: s’intitola non a caso “Il ritorno delle anime” e ha come sottotitolo “Carnevale”, di chiarificante puntualità per quanto si è detto fino ad ora a proposito degli individui che entrano come corollari nella logica di Ciccarini. Le persone si riconoscono solo in maschera, nell’addobbo di quell’apparenza, di quella superficialità che le rende un elemento di contorno o uno schizzo fantasmatico nell’economia della rappresentazione.[…]

Il ritorno delle Anime (Carnevale) - olio su tela - 100x70 - 2012
Il ritorno delle Anime (Carnevale) – olio su tela – 100×70 – 2012

La città metropolitana in senso lato – N. Y. rappresenta ovviamente il prototipo di una simile situazione – va dunque intesa come una caustica metafora dello strazio esistenziale a cui è sottoposto l’uomo, che va a riflettersi nei marchingegni e nelle strutture che egli stesso ha messo in movimento e non è più in grado di regolamentare; dal momento che è ormai parte dell’ingranaggio al pari degli altri componenti inanimati.

E le anime? Paiono staccate da un corpo che non è più in grado di accoglierle, al pari dei pensieri autonomi.

Talora la fluida, ampia pennellata di C. Ciccarini sembra voler compiere un gesto di pietosa comprensione nell’impastare le forme con il movimento; nel privilegiare l’indistinto, nella reiterata fuga dalla messa a fuoco. Il deserto delle palesi e partecipate emozioni viene occultato nella fossa comune della dimenticanza. Così le anime possono trovare rifugio, come labili tracce a contrasto, lungo la spremitura stradale che incide “I wanna be 2”. 

Oppure sembrano perdersi definitivamente nei luminosi filamenti che attraversano “Metropolis” (2013); o ancora vengono assorbite dai grattacieli che annunciano Los Angeles in “Clouds” (2013).

I wanna be2 - olio su tela - 90x140 - 2011
I wanna be2 – olio su tela – 90×140 – 2011

E tale percorso di scavo interiore e di conseguente manifestazione pittorica rivolta a una inquietante e affascinante attualità promette ulteriori capitoli di indagine. Intanto dalle ultime prove emergono nuovi approcci investigativi che riguardano la Cina: ci riferiamo in particolare a “Walking in Hong Kong” e a “Market on the road (Shanghai)”, (entrambi 2013) dove la gente entra direttamente a far parte del corredo paesaggistico, cercando un contatto simbiotico con le strutture ambientali e con le cose legate a esse.

Che sia questa un’anticipazione del nuovo corso?

Luciano Caprile, critico, – Genova – luglio 2014

(il testo completo della critica è presente nell’omonimo volume a cura di Caprile stesso edito da Skira)

Walter Pedullà – Città di vetro, tra Futurismo e Ipermetropolitanismo

“Amalgamare la materia”, tra cinematografia, pittura, fotografia e letteratura

Ciccarini riesce ad amalgamare in un’unica materia, cinematografia, fotografia, pittura e letteratura: le sue città intrise di mistero e melanconia con la loro luce giallastra, glauca, riportano spesso alla letteratura; Auster, Faulkner, Steinbeck e Truman Capote. Città in un tempo senza tempo. Diceva il vero la Acidini quando affermava che Ciccarini restituiva poesia a materiali indifferenti, cemento vetro e acciaio, ed il noto critico del Futurismo Luigi Tallarico aggiungeva: ” Il giovane maestro ha continuato idealmente l’opera di Balla, che riferiva le sue opere ad un’era premetropolitana, proseguendola fino all’ipermetropolitanismo ed in un certo senso superando il grande maestro futurista”.

Le opere di Ciccarini sono meravigliosi affreschi di poesia e letteratura, specie americana, avendo l’artista vissuto in questi luoghi, con un alto livello tecnico dove alla “macchia” si può aggiungere il movimento tanto caro ai Futuristi; l’impressionismo è una sorta di iperverismo fotografico. Tutto in una elaborazione armonica ed equilibrata mai vista prima a mia memoria.

Si osservano inquadrature che sanno di cinematografia, ma anche della tecnica delle foto allargate caratteristica di Richter.

Qualcuno, osservando i quadri dell’artista, ha notato una certa similitudine con Hopper, ma è solo un’impressione rapida e superficiale; la pittura di Ciccarini è molto più complessa, molto più ricca e contemporanea; gli elementi iconografici sono una piccola parte rispetto a input ideologici e psicologici. Le città di vetro sono l’anima degli uomini solitari e afflitti dalla vita moderna; delle personalità schiacciate dall’ipemodernismo di cui non faranno mai parte.

Opere come The man with red umbrella, The tube, The shard, Waiting, Rain man, solo per citarne alcune,

Rain Man - olio su tela 60x80 - 2015
Rain Man – olio su tela 60×80 – 2015
Waiting - olio su tela - 80x100 - 2012
Waiting – olio su tela – 80×100 – 2012

sono il manifesto dell’uomo schiacciato dal traffico, dalle ombre di grattacieli giganteschi – appunto di vetro – che riflettono una vita insignificante.

Ciccarini, dal canto suo, ha avuto una vita straordinaria, fatta di conoscenze e frequentazioni importanti.

Ha conosciuto Fernanda Pivano e, tramite lei, la nuova letteratura americana: da Auster a McInamy, da Corso a Ferlinghetti nella sua casa editrice di San Francisco. A Montepulciano è venuto a contatto con Elemir Zolla ed ha conosciuto il grande poeta Ceronetti; a Modena, e poi nel suo appartamento di Great Jones Street, in un loft di Andy Warhol, ha frequentato, seppur brevemente, J.M. Basquiat.

Nei set cinematografici è stato oculista di scena di film come Il paziente Inglese di Minghella o di Letters to Juliet con Vanessa Redgrave. Senza considerare gli scenografi come Guerra ed Angelucci. Tutto questo gli ha permesso di costruirsi immagini e sensazioni che poi ha riportato nelle sue opere uniche.

Walter Pedullà – saggista, critico letterario e giornalista

Giammarco Puntelli – Città di vetro: per perdere la propria identità nel gomitolo di strade e di linguaggi

Solo Carmine Ciccarini, maestro colto, artista figlio di letture, letterature, viaggi ed osservazioni, avrebbe potuto entrare nelle città di vetro, pronto a perdersi nell’inconsistenza del linguaggio per ritrovarsi nelle determinazioni di una pittura ben precisa, con una forte identità.

Lui solo. Solo lui avrebbe potuto dipanare un gomitolo tanto intricato nel quale plot e personaggi si cercano, si confondono, in un teatro che appare vietato al racconto della verità e nel quale l’equivoco, l’ambiguità e la solitudine diventano gli unici colori possibili di una vita che una letteratura postmoderna ha trasformato in un puro esercizio da mentalista, forte di una sua precisa identità pittorica.

Dalla città delle anime alle città di vetro, il passo è breve solo per un gigante, perché l’abisso è pronto, la follia anche. Carmine Ciccarini è l’artista, italiano di nascita, figlio del mondo per matrice artistica, che segue e insegue, nelle sue opere, le architetture, le trame e il senso stesso delle città, da teatri a voci narranti, da esercizio pittorico a espressione artistica, consapevole autore di una cultura che va dagli Impressionisti a Hopper, dalla Pop Art alla Transavanguardia.

Vediamone le recenti opere sulla tecnica e la visione prima di passare a sottolinearne il contenuto. Il paesaggio urbano presenta un’armonia, con il cielo, quasi ritrovata, dove le contaminazioni di colore rendono le strutture e le architetture il luogo della ricerca, nella quale si svolgono fatti e storie, un insieme di strade che trovano e ritrovano senso e movimento. Sono impressionanti alcune immagini pittoriche nelle quali la capacità artistica del racconto, l’impulso teatrale dell’agorà lascia spazio alla visione di un’umanità fatta di piccole vicende che si intrecciano, confondono, dando vita ad un insieme di colori e di armonie nella quale filosofia e poesia perdono i confini conferendo una non attesa liricità all’insieme caotico ed equilibrato del contesto.

L’uso dei gialli e dei rossi acquisiscono un valore nuovo, quasi di voce fuori campo, che comprende il periodo storico ed etico nel quale il tutto prende vita.

In questi dipinti comprendiamo lo studio di Ciccarini sulle pitture dei secoli passati. Questa capacità di incontrare ed abbracciare l’ombra che rivela la luce e gli umori non sarebbe stata possibile senza lo studio di Caravaggio, Rembrandt, Vermeer. Quel cielo fatto di angeli e demoni che sovrasta e osserva lo spettacolo quotidiano, caotico e ordinato, non avrebbe avuto tutta questa luce e contrasto se Turner non avesse dato senso alla ricerca sui colori.

E’ impressionante quanto Ciccarini sia riuscito ad assorbire e a personalizzare l’antica lezione creando qualcosa di completamente nuovo ed originale nella pittura. Lontano dal realismo di Hopper e da certi colori brillanti, Ciccarini appare comunque portare a termine la rivoluzione iniziata da Hopper stesso in quanto le sue visioni urbane, pur risentendo di una capacità pittorica e un’attenzione dell’insieme fuori dal comune, rappresentano non quello che vede ma quello che sente. Ecco che la rivoluzione portata da Hopper riscuote un contributo originale ed efficace come quello di Carmine Ciccarini.

Nelle sue opere riconosciamo una certa dimensione metafisica, quella filosofia pronta a mitigarsi, nel suo rigore, con l’uso di alcuni colori, in quella poesia che rende la city qualcosa di assoluto nell’indagine nella storia e nelle psicologie.

Nella sua opera ritroviamo il senso del silenzio. Chi ha conosciuto a fondo la poesia e lo studio di Monet comprende i silenzi e i colori di Ciccarini, a tratti la rappresentazione di quell’umanità la cui comunicazione appare difficile, quasi inesistente e indifferente, una sensazione difficile da trasmettere.

42nd street - olio su tela - 50x100 - 2016
42nd street – olio su tela – 50×100 – 2016

E se Toulouse-Lautrec metteva in scena la società parigina di quell’epoca, con sottolineature di colore, segno evidente, approccio da narratore, Ciccarini racconta, silente, facendo comprende tutto con una visione pittorica d’insieme che pochi anno e con opere che non accettano i perimetri della tela andando oltre.

Un ciclo davvero complicato possibile solo a chi ha viaggiato molto, ripeto, fra i libri e nei luoghi. Un ciclo impossibile da realizzare senza aver annusato l’aria di New York, aver visto i grigi di Berlino, aver imparato il disegno con il colore tipico degli Impressionisti, essersi perso nelle piazze italiane, nell’alba spagnola e nel tramonto inglese. Non si possono comprendere le sue figure e il senso della conoscenza del contesto se non si sono sfogliate pagine di Platone, la follia di alcuni colori senza la poesia di Rimbaud o la ricerca di Kavafis, l’attesa del proprio spirito in unione con il tutto senza Hesse.

Ecco perché abbiamo apprezzato e salutato con entusiasmo il titolo del ciclo che recupera la trilogia di New York di Paul Auster con il romanzo “Città di vetro”.

Nello scritto, una detective-stories, emerge il senso di una New York surreale nella quale l’identità perde il proprio confine, come il linguaggio e gli schemi linguistici che, in generale, risultano inefficaci per comunicare l’essenza delle cose. Il mistero urbano prende vita con intrecci inaspettati con collegamenti anche al Don Chisciotte di Cervantes. Ecco spiegati colori e visioni, silenzi e narrazioni, mancanza di comunicazione e immediato sentire, filosofia e poesia che si incontrano nella ricerca surreale di una verità provvisoria, pause e rapidi sviluppi nel ritmo pittorico di questo ciclo di Carmine Ciccarini.

Ecco New York (e altre città) come si presenta, in fuga, veloce eppure stabile, mai uguale a un proprio ritratto, nella quale la poesia diventa capacità di conoscenza e la filosofia si trasforma nell’etica di una metafisica immobile, con un baricentro disposto a cambiare sotto un cielo lirico e ironico, che sa raccontare senza parole e rimanere in silenzio rappresentando visioni, passione, abilità perdute.

Un cielo che commuove e che narra, come quelle vetrate opache dipinte da Ciccarini, dietro le quali abbiamo una visione più libera, senza identità, nella quale lo spirito si confronta con il tutto. Un cielo, una New York, un racconto, una riflessione, una filosofia, città che si incrociano, uno scrittore, un pittore, semplicemente l’arte assolutamente internazionale di Carmine Ciccarini.

Giammarco Puntelli – critico e curatore

Letizia Montalbano – Le città di Vetro

Le città di vetro – percorso di un artista

La mostra Le città di vetro evoca un percorso artistico già avviato da tempo da Ciccarini e chiaramente illustrato
nel volume monografico “La città delle anime” pubblicato da Skira nel 2014 a cura di Luciano Caprile.
Nello stesso modo però rappresenta una novità: è infatti la seconda delle tappe italiane di una mostra personale itinerante, iniziata in agosto a Bellagio e che, dopo la sede di Bologna, proseguirà al Museo Aurum di Pescara, al Chiostro del Bramante di Roma e alla Cattedrale di Perugia.[…] Carmine Ciccarini è un artista emerso nel panorama nazionale e internazionale da più di quindici anni e ora pienamente affermato, grazie anche a prestigiose esposizioni in Italia e all’estero[…].

Una pittura metropolitana

È così che il pubblico ha iniziato a conoscere la sua pittura metropolitana fatta di architetture, arditi tagli prospettici – a volte infiniti, altri quasi troppo ravvicinati – pensati per catturare l’attenzione dello spettatore. Sono le strade a fare spesso da punto di fuga; vie deserte che accompagnano lo sguardo verso orizzonti infuocati o viceversa nastri grigi attraversati dal flusso indistinto di sfreccianti automobili e treni, con luci e ombre indistinte, segno di un tempo che corre velocemente, trascinando uomini e cose. Non si può che restare affascinati dalle sagome imponenti degli edifici, dalle originali vedute e dal cromatismo con cui Ciccarini rappresenta le metropoli americane di New York, San Francisco,

San Francisco (Omaggio A Hopper) - olio su tela - 60x50 - 2016
San Francisco (Omaggio A Hopper) – olio su tela – 60×50 – 2016
SanFrancisco - ilo su tela - 65x45 - 2016
SanFrancisco – ilo su tela – 65×45 – 2016

Chicago, cui nel tempo si sono aggiunti skylines di città europee come Londra, Parigi, Bilbao, Amstedam e Rotterdam. […]

È una carriera artistica che nasce da un preciso
background intellettuale;

la New York degli anni 1980-90, che l’artista ha frequentato e che gli ha permesso di conoscere nomi noti della Pop art, del movimento artistico dell’East Village e del graffitismo.
Ma ad influenzare la sua arte pittorica sono anche le tematiche care agli intellettuali e ai pittori del Futurismo, come Balla e Boccioni, i concetti di modernità, evoluzione della città, movimento incessante che non riconosce più i ritmi del giorno e della notte.
Altri e ben più complessi risultano i riferimenti a movimenti come la pittura di macchia e l’impressionismo, cui l’artista sembra approdare in alcune delle opere più recenti[…]; da tutto ciò nasce una mostra di ampio respiro, ricca di spunti e riflessioni, cui lo spettatore non può sottrarsi.

Atmosfere: dal teatro, al cinema, alla fotografia

Santander - olio su tela - 65x25 - 2016
Santander – olio su tela – 65×25 – 2016

Le atmosfere evocano a volte il teatro ma soprattutto il cinema, che affascina molto Ciccarini, come pure le opere dei grandi fotografi del 900, in particolare laddove sono le tonalità del grigio e del nero a predominare.
Ed è per questo che oltre ad usare la pittura ad olio e acrilico si serve a volte di scatti fotografici che fungono da memoria e divengono la base del mezzo espressivo; la bozza su cui iniziare il lavoro.
Ciccarini propone una tecnica cromatica molto raffinata; il colore, mezzo ma anche materia, è composto da pigmenti rari, stesure corpose e ripetute, pennellate veloci e trattamenti superficiali che servono a creare effetti particolari.

Attraverso la ricerca di un linguaggio diversificato, l’arte di Ciccarini si è fatta nel tempo più intimista, con la rappresentazione di interni di caffè, musei, stazioni e metropolitane, popolate da individui che passano veloci,
assorti nei propri pensieri.[…]

Un artista che vuole suscitare emozioni

Suscitare emozioni è lo scopo primario del maestro: meraviglia, senso dell’immensità ma anche inquietudine
e impotenza dinnanzi ad un mondo che cambia senza noi e di noi, anzi, poco si accorge[…].
Emerge forse l’amara considerazione che la bellezza delle città non riesce ad alleviare l’isolamento umano; anzi lo acuisce, mettendone a nudo l’anima.
L’artista ha cercato un colloquio fra le coscienze; a volte lo ha trovato ma più frequentemente è rimasto a guardare, come da dietro un vetro; una grande finestra su un mondo irraggiungibile, cui si vorrebbe partecipare
ma di cui poi si rifiutano alcuni meccanismi.
Le città di vetro rappresentano la fragilità umana o sono solo lo specchio della sua presunzione? Forse entrambe
le cose se è l’uomo… Nel senso più pieno del concetto rinascimentale e determinarne il senso, il valore storico e umano.

Letizia Montalbano
Direttrice Scuola Superiore di Restauro
dell’Opificio delle Pietre Dure – Firenze

Maria Paola Lupo – Le città di vetro megalopoli contemporanee

L’artista delle megalopoli di vetro, invincibili, immortali in tutta la loro grande fragilità…

Quelle di Carmine Ciccarini sono megalopoli contemporanee che si mostrano in tutto il loro lirico realismo, attraendo lo sguardo con mille luci e grandiose architetture. Danno la sensazione di essere invincibili, immortali, ma in realtà sotto le imponenti strutture di cemento armato e ferro nascondono la loro fragilità; la fragilità degli esseri umani che le abitano e che le hanno costruite così imponenti.

Visioni personali

Attraverso le sue personalissime visioni Ciccarini narra un’umanità sedotta dalla vita mondana e dalla richezza delle metropoli; al tempo stesso vaga in esse in profonda solitudine, anche quando si trova in locali chiassosi e pieni di persone, come nell’opera Chinatown. Un uomo ed una donna sono seduti al bancone di una bar; stanno lì immobili senza parole, senza sorrisi. In questa raffigurazione tanto cara alla produzione artistica contemporanea, basti pensare ai Nightawks di Hopper e all’Absinthe di Degas, i colori sgargianti delle bottiglie in bella vista e dell’arredamento del locale passano in secondo piano rispetto all’incombente nero della figura umana di spalle, che nella sua alienazione, pur essendo seduta dentro quel bar, potrebbe essere in qualsiasi altro posto.

Ciccarini nella raffigurazione di questi panorami non indugia su particolari iperrealisti; infatti non è la pura descrizione ciò che attira questo eclettico artista, bensì sulle apparenze celate dietro una città ideale. Compaiono, così, in una notte profonda le luci accecanti di Metropolis, opera che non solo nel titolo, ma soprattutto nel significato intrinseco richiama il capolavoro di Fritz Lang. La città è un sogno meraviglioso per chi si può permettere di viverla pienamente,;ma per chi non ha possibilità economiche e sociali diventa un incubo che inghiottisce e travolge.

Arte realista intesa, quindi, come arte ispirata alla realtà; nella quale la sintesi dello sguardo taglia via inutili dettagli restituendoci una prorompente immagine d’insieme.  Essa racchiude in sé la grande arte europea impressionista ed espressionista per l’uso del pennello e del colore e quella americana degli anni ’50 e ’60 per le atmosfere noir e sospese nel tempo.

Le città di Ciccarini

Le città di Ciccarini sono città di vetro, imponenti e fragili, bellisime e mostruose allo stesso tempo.

All’artista non interessa ritrarre la presenza umana in quanto tale ma i “simboli di civiltà”; palazzi, monumenti, lampioni, addirittura le strisce pedonali divengono i protagonisti di opere che si imprimono nella memoria, come delle istantanee fotografiche, che ci portano a riflettere sulla condizione dell’uomo moderno, che attraverso la multiforme artificialità delle metropoli ricerca sé stesso senza mai trovarsi veramente.

Zebra crossing - olio su tela - 100x70 - 2017
Zebra crossing – olio su tela – 100×70 – 2017

Per dirla con un’espressione del noto sociologo, recentemente scompraso, Zygmund Bauman, le vedute cittadine di Ciccarini raffigurano una “società liquida”, che si muove in un dinamismo frenetico che travolge ogni dimensione della vita; in esse l’uomo contemporaneo cerca quella felicità fatta di successo e di popolarità. Ma spesso trova solo una profonda malinconia e l’insoddisfazione di rincorrere per sempre qualcosa che non potrà mai avere. Sono l’emblema di una modernità fatta non di essenza ma di divenire; di perenne incompiutezza ed indefinitezza perchè l’unica costante per l’uomo è il cambiamento e l’unica certezza è l’incertezza.

Maria Paola Lupo – Storica dell’arte – Pescara, Gennaio 2017

Luciano Caramel – dall’ Astrattismo alle città di Ciccarini

L’  Astrattismo nasce nei primi anni del XX secolo con Malevic, Mondrian, Klee e Delanuy per citare i più famosi,
ma forse il maggior riferimento per la cultura astrattista è stato Kandinsky specie per l’arte italiana degli anni 30, specie con le sue opere ad acquarelli o con pastelli, insegnamento ricevuto al Bauhaus.
Negli anni 60 nella zona del lago di Como, Restany, Celant, Crispolti e Caramel creano il “Campo Urbano” da cui si sviluppa con Mula e Munari l’arte dell’Astrattismo razionale di Radice, Rho, Prina che includonoanche aspetti futuristici che evolvono con Ettore Sottsass, Veronesi, Licini, Bassi e altri che vanno ad influenzare il “Gruppo Forma” di Roma di Perilli, D’Orazio e Prampolini creando una forma di spiritualismo astratto.
Con il grande architetto Sant’Elia, diventa conoscienza e creazione, rapporto tra uomo e ambiente e questo architetto diventerà un demiurgo che influenzerà tutta l’achitettura razionale specie di Radice. Sant’Elia più che un precursore dell’architettura rimane una sorta di scenografo per l’assenza di un programma ideativo proponendo lo stile di un’architettura moderna (Argan).
Ciccarini, pur essendo nato molti decenni dopo, ha avuto l’occasione di conoscere architetti come Gardella, Rossi, Fariello e Michelucci; con loro ha parlato ed ha studiato architettura e approfondito certe sue idee sull’urbanistica.
Altrimenti come sarebbero potute nascere opere come “Chicago”, nata da una foto degli anni Venti ed in seguito ricostruita con grattacieli a perdita d’occhio in uno spazio infinito dove si avvertono le influenze del Sant’Elia, e nei piccoli tratti astratti, Paul Klee, ma con un senso assolutamente più lirico che si avverte ulteriormente in “Metropolis”.
I suoi punti di fuga ricordano il razionalismo architettonico del periodo fascista, ma anche i lavori del Vanvitelli specie nella serie “I wanna be”, in cui il senso cinematografico con le sue visioni “a volo d’uccello” si mischiano a visioni estremamente geometriche e razionali dei luoghi rappresentati. Anche i colori, caldi del razionalismo lombardo e comasco così come nelle opere di Kandisky, assumono in Ciccarini una tonalità assai differente, passando dai toni dell’arte napoletana e meridionale di fine ‘800.

I wanna be 6 - olio su tela - 100x140 - 2013
I wanna be 6 – olio su tela – 100×140 – 2013

Mischiando al contrario cieli inglesi più freddi come varietà di grigio e giallo come in The Shard”, “The man under the Bridge”, “Kaos”, a cieli infuocati come “Velvet”,“Orange”, “Red Los Angeles”. Parliamo quindi di uno stile artistico assolutamente originale dove l’artista ha attinto dall’Impressionismo, dal Neorealismo, dal
Futurismo, dalla Macchia fino alla foto “ingrandite” di Richter, sentendo una forte aspirazione verso l’arte americana degli anni ’30 e ’40, ma rendendola meno melanconica e più moderna.
Negli ultimi lavori – “42nd strada” , “5th strada”, “San Francisco” per citarne alcuni – lo spazio appare quasi
infinito, in un’architettura razionale, ma umana.  Anche in un’opera assolutamente anomala come “Present  Nearness”, assai distante dalle sue visioni metropolitane, in cui due giovani donne sedute in un caffè di Londra discorrono scherzosamente, si avverte l’arte di Vermer e dei Fiamminghi in cui si osserva, in questa grande
tela di oltre 2 metri, una incredibile prospettiva.
Quando alla Biennale di Venezia del 2015 ho potuto osservarla da vicino nel padiglione di Granada sono rimasto quasi imbarazzato dal sentirmi parte integrante del dipinto e ricordo di aver risposto alla domanda di Ciccarini:
“Prof. Caramel, ma lei come definirebbe questa opera visto che personalmente non trovo artisti del presente che si avvicinano a questo modo di fare pittura?”
– “Sensaltro c’è da lavorare per definire questo tipo di pittura, senza dubbio c’è una fortissima base lirica in essa, ma non è definibile a quale corrente o aquali artisti sia riferibile…ci vuole tempo per studiarla!”.
L’ultima immagine che ricordo è che l’opera si apriva nella stanza con una incredibile profondità annullando tutto il circostante, probabilmente, forse è questo il punto dominante della pittura di Ciccarini: il senso della profondità, di punti di fuga multipli, di tocchi di astrattismo, di movimento con un senso talvolta fotografico.
Infine la sensazione finale è il volto delle ragazze che viste da vicino avevano delle “macchie”, come nell’omonima
corrente artistica, che davano il senso della profondità; le stesse “macchie” si ritrovano anche nella macchina che corre verso l’infinito in “Towards Los Angeles” che di primo acchito sembra una foto, ma in realtà è una macchia continua.
Questo per dire che lo stile di Ciccarini è un florilegio di contaminazioni artistiche che sfocia in uno stile completamente personale nel risultato finale, difficilmente imbrigliabile in un solo stile pittorico conosciuto.

Luciano Caramel – critico e storico dell’Arte